Come una volta

Avere una libreria piena di libri è stato sempre il mio sogno. Permette di avere tante vite, ti ci ritrovi davanti e pensi: “Oggi chi mi va di essere?”. Permette di calarti nelle storie dei personaggi impresse tra pagine e pagine di carta stampata.
A volta capita di rileggere quelli a cui si è più affezionati, altre, invece, ti imbatti in qualcosa di nuovo che non ricordavi nemmeno di possedere, ed è proprio quello che mi è successo qualche settimana fa. Mi piace stare in piedi davanti ai miei scaffali, colorati e profumati, chiudere gli occhi e ricordare i sacrifici per realizzare la mia collezione. Ci sono i libri antichi, che ho ereditato dai miei nonni e che portano ancora indelebili le loro iniziali sulla copertina, le rilegature che non si sono mosse di un millimetro, e quella morbidezza che sento sotto i polpastrelli quando accarezzo le pagine ormai ingiallite. Poi ci sono i libri moderni, quelli ricercati, quelli nascosti nelle librerie e che sono andata a scovare di persona, quelli regalati, quelli con la copertina rigida o i tascabili…insomma c’è davvero di tutto.
Qualche mattina fa stavo guardando un programma in tv, delle vecchie puntate di una trasmissione di Benedetta Parodi che qualche tempo fa andava in onda sul canale la7…e chi mi ritrovo come ospite a cucinare? Nientepopodimenochè: Sveva Casati Modignani. La mia mente fa un volo e un passo indietro e si ricorda di dover sistemare alcuni suoi romanzi che mia mamma aveva letto. Dovete sapere che “la Sveva”, come si fa chiamare da tutti i suoi lettori e lettrici, è la sua scrittrice preferita. In passato vedevo questi romanzi andare avanti ed indietro per casa, ce n’erano sempre di nuovi, insomma, questa donna era diventata quasi una persecuzione. Pensavo che fossero dedicati ad un pubblico di signore, quelle dai cinquanta anni in su per rendere l’idea. Ed invece ho scoperto una mente a dir poco geniale, che mi ha fatto appassionare dalla prima pagina letta. Ammetto, molto umilmente, che per me è una grande fonte di ispirazione, la sua vena creativa, la sua scrittura, la sua maestria nel raccontare eventi del passato è qualcosa che mi ha affascinato dal primo istante. Sveva Casati Modignani è una scrittrice a tutto tondo che non stanca mai, ve lo posso assicurare.
Ma ritorniamo alla trasmissione della Parodi. Si parlava dell’uscita del suo ultimo romanzo: Il diavolo e la Rossumata, edito da Mondadori. Che dire? Ho alzato gli occhi al cielo, perchè non avevo la più pallida idea di cosa stessero parlando. Possibile non averlo letto ancora? Dalla cucina mi sono spinta verso il mio studio, doveva esserci per forza quel libro, mia mamma non poteva tradire le mie aspettative. E così, mentre il mio indice sfiorava tutte le copertine, speravo che si palesasse davanti ai miei occhi. E la materializzazione avvenne dopo qualche secondo. Mi ritrovai sulla copertina una foto in bianco e nero, ritraeva una bambina, avrà avuto circa cinque anni, un grazioso abitino con delle farfalle e un fioccone enorme sulla testa…faceva una tenerezza assurda.

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Ambientato nel 1943, racconta la storia della Sveva bambina, introversa, ma allo stesso tempo dotata di una forte curiosità. E’ un romanzo autobiografico, a tratti lo definirei addirittura storico, in cui la scrittrice, attraverso gli occhi della bambina protagonista, racconta un pezzo di storia della sua vita. Un racconto degli anni della guerra, che si svolgono in vari ambienti, tra cui la casa di famiglia, a Milano, e una cascina a Trezzano sul Naviglio, in mezzo alle risaie.
Il filo conduttore è proprio il legame che la unisce ai suoi genitori, alla famiglia e ai suoi valori.

Emozionante è leggere la descrizione dei ricordi dell’autrice bambina, tra i profumi e i sapori che si sprigionavano tra le mura delle pareti domestiche, il rimembrare le ricette che rappresentano il file rouge dei suoi racconti, in cui ogni avvenimento è legato ad un piatto della cucina, simbolo di condivisione e di legami forti.
Gli aneddoti fanno spuntare il sorriso. La Rossumata è uno di questi. Vi starete chiedendo: ma che diavoleria sarà mai questa? Me lo sono chiesto anche io, devo essere sincera.
La Rossumata è una ricetta tipica milanese, che alla piccola Sveva veniva preparata per colazione dalla sua mamma. Consisteva in una sorta di zabaione unito ad un bicchiere di vino rosso, che in quel periodo di difficoltà era utilizzato per gli scopi più disparati, perfino come medicinale.
E’ un romanzo che si articola tra un diario dei ricordi e un libro di cucina. Mi piace pensarla così.
La descrizione dei luoghi, delle persone che hanno fatto parte della sua vita è ciò che impressiona di più, è il marchio di Sveva Casati Modignani.
Mia mamma dice: “Riuscirebbe a raccontare alla perfezione qualsiasi cosa, anche se in una stanza piena di gente ci fosse una donna con le calze sfilate”.
In questo romanzo si parla di famiglia, e non risulta scontato raccontare dei suoi genitori, due perone completamente in antitesi. Sua madre, dedita alla famiglia e alla casa, era una donna fredda, distaccata, di certo non una dispensatrice di baci e carezze, diversamente da suo padre, un uomo che la coccolava e pieno di attenzioni.
E’ solo a libro chiuso che si capisce come la vita di quel periodo sia stata difficile, ma degna di essere vissuta anche con mille avversità.
E un po’ come mettersi a nudo, scoprire le proprie debolezze e riconoscere le proprie forze.
Le difficoltà del periodo della guerra e la sua capacità di raccontarle in maniera impeccabile, talvolta anche con un pizzico di malinconia, ma sempre con il sorriso sulle labbra, mi hanno portato indietro nel tempo, richiamando alla mente le storie che anche la mia nonna mi raccontava da bambina.

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BICE CARIATI, in arte SVEVA CASATI MODIGNANI, nasce a Milano il 13 luglio 1938. Autrice di numerosi romanzi, pubblica per la prima volta nel 1981, con la casa editrice storica, la Sperling & Kupfer,  che l’ha supportata per tutti questi anni.
Il suo primo romanzo è Anna dagli occhi verdi. A questo ne seguiranno tanti altri, fino ad oggi, il 2016, anno in cui è stato pubblicato il suo ultimo lavoro Dieci e Lode.

Mi sembrava carino condividere la ricetta di questa “colazione dei campioni” chiamata Rossumata, e lasciarvi uno stralcio del Romanzo.

Ingredienti:
1 uovo
1 cucchiaio di zucchero
1/2 bicchiere di Barbera d’Asti Cascina Castlèt
sale
Preparazione:
Separate il tuorlo dall’albume e tenete quest’ultimo da parte in una piccola terrina. In una tazzina piuttosto larga sbattete il tuorlo con lo zucchero, finché otterrete una crema gonfia e morbida. Quindi montate a neve ferma l’albume con un pizzico di sale, incorporatelo con delicatezza al tuorlo e quando il tutto sarà ben amalgamato aggiungete il vino, mescolando piano. Potete accompagnare con pezzetti di pane secco, da intingere nella crema.

 

<< Da bambina avevo imparato a fare questa crema corroborante, che mi piaceva tanto. Ora non la preparo più da anni. >>

 

<< Quando eravamo ancora riuniti intorno alla tavola si iniziava la recita del rosario guidata dalla mamma, che si concludeva con una serie di suppliche e una di queste era l’invocazione divina su tutti coloro che morivano “in quest’ora”. Io capivo che il pensiero andava a coloro che morivano “in questura” e poiché sapevo che la questura era un luogo in cui la gente veniva portata a forza per rispondere di misfatti, maturai la convinzione che, una volta lì dentro, tutti quanti morissero. Subito dopo i miei cominciavano a parlare tra loro e io diventavo sempre più triste, più sola, e piangevo.
«Ecco, questa qui ha sonno», diceva la mamma. Allora qualcuno mi prendeva in braccio e mi portava su, a dormire. Sola nel mio letto, nel buio della sera, ripensavo alle sere di veglia nella stalla della Cascina Mezzetta e risentivo le voci arcane dei vecchi che raccontavano storie di misteri e prodigi nell’afrore delle bestie mansuete che dormivano rassicurate dalle nostre presenze. Ripensavo alla notte in cui qualcuno ci richiamò sull’aia per guardare in lontananza il cielo infuocato sopra Milano devastata dalle bombe, ricordavo le preghiere delle donne, lo sgomento degli uomini, lo stupore muto di noi bambini. «Cesare, ho paura che abbiano bombardato anche la nostra casa», disse la nonna al nonno. «E chissà se mia figlia è ancora viva», soggiunse. Un bombardamento così massiccio non c’era mai stato prima.
«Vado a vedere», annunciò lui.
«Ci andiamo insieme, col calesse», aggiunse lo zio Ettore.
Partirono nel cuore della notte, mentre la nonna piangeva, pregava e indirizzava moccoli a quel “brüt Demòni” che ci aveva portato alla rovina. Inutile specificare chi fosse il “brutto Diavolo”. Lo detestavano tutti quanti.
Il nonno e lo zio tornarono quand’era giorno pieno. Erano stanchi e smarriti. Gli abitanti della corte gli si fecero intorno e il nonno informò subito la nonna: «A casa tutto bene, ma c’è mancato poco. È caduta una bomba in via Toselli. Se cadeva cento metri più in là…». La nonna si portò le mani al viso e pianse, mentre il nonno taceva e lo zio Ettore raccontava di macerie sotto le quali si sentivano voci che imploravano aiuto.
I due sul calesse avevano attraversato una città distrutta, dove le case sventrate ancora bruciavano, la gente e i topi vagavano smarriti in un silenzio attonito, reso ancora più agghiacciante dal rumore dei picconi degli uomini che scavavano tra le macerie per portare in superficie cadaveri di donne, bambini e vecchi.
Per me, in quella prima infanzia, gli sfollamenti, le devastazioni, la ferocia del nemico, le fughe, la paura, la caccia al cibo erano parte integrante del vivere quotidiano. I nonni invocavano l’arrivo degli americani che stavano risalendo la Penisola e il papà una volta disse alla mamma: «Se ci salviamo da questa guerra, andiamo a vivere in America». Per lui, tutto quello che riguardava l’America aveva qualcosa di grandioso e smargiasso, ma decisamente divertente, tanto che di fronte a una notizia sbalorditiva, quasi incredibile, commentava: «Questa è un’americanata».

Nella casa di Milano ripensavo spesso alla Cascina Mezzetta, cui mi legavano tanti momenti belli. Ricordavo per esempio i perini fritti che la nonna cucinava in estate. Erano pomodori San Marzano caduti ancora verdi dalla pianta. La nonna mi mandò a raccoglierli e dichiarò: «Questi, anche se li metti al sole, non maturano più». Li lavò e li tagliò per il lungo, li spolverizzò di zucchero, li infarinò e affogò nell’uovo sbattuto, poi li passò nel pangrattato e li frisse nel burro. Avevano un che di asprigno e soave.
Secoli dopo, quando vidi un film delizioso, Pomodori verdi fritti alla fermata del treno, mi tornarono in mente quelli che mi offriva la nonna in quel periodo di grande crisi: forse la ricetta era una sua invenzione e gli americani l’avevano copiata. >>

© Copyright Mondadori Electa 2012

 

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